"oddio mi sento le caviglie in catene"

martedì 30 giugno 2015

Senza titolo 20

Solitudine, che si attacca addosso come lenzuola nelle notti d'Agosto.

Ti prende alle spalle, in un giorno qualunque, quando non sei solo.
E ti blocca, ti stringe le mani e le chiude a circondarti la gola.

Rivoli d'acqua stagnante ti scorrono tra i piedi, ti spengono l'interruttore della voce. Vorresti gridare ma non puoi, vorresti distendere le braccia ma non puoi. Tutto ciò che vorresti, fosse anche solo una banalità, non puoi averlo e non ti accorgi che lo possiedi già.

Poi esplodi e ti distruggi in milioni di piccolissimi pezzi, che si spargono sul pavimento, mentre gli altri attorno a te riempiono i bicchieri e brindano, ballando sui tuoi resti.

Alla fine ti svegli, stai bene svuotato di tutto. Afferri un pensiero e te lo annodi al polso, eterno ricordo della grande verità che, rinascendo bianco come una prima pagina, dimenticherai.



Senza titolo 19 (come me)



Pensavo a quanto sarebbe meraviglioso svegliarmi domattina e sapere esattamente che sto facendo la cosa giusta. Mi alzerei, andrei in cucina a fare il caffè, con i movimenti insonnoliti ma precisi, limati dall’abitudine, e chiudendo la caffettiera guarderei il muro bianco fare contrasto con il lavandino in acciaio. Poi la poggerei sulla piastra già accesa, livello 3, coprirei la distanza che mi divide dal bagno e mi guarderei allo specchio. Immagino di vedere il mio viso riflesso e non esagerarne i difetti, poi voltarmi, tornare in cucina e fare colazione. E seduta alla mia sedia, quella di legno, osservare il resto del mondo svegliarsi con il proprio ritmo e agire con la mia stessa nuova consapevolezza.
Ho creduto nella possibilità di riempirmi di tutte le cose necessarie, respirare profondamente la calma della mattina, eliminando le ansie, le paure e questa inspiegabile calamita che mi attira come fa il nord con l’ago della bussola.
Poi il sole è sorto, io ho aperto gli occhi e nello specchio ci ho guardato dentro ma ci ho visto i vecchi difetti. Fermate la mano che muove il tappeto sul quale cammino, regalatemi venti anni e un po’ di serenità.

mercoledì 22 aprile 2015

Senza titolo 18 - Estate

La luna non è ancora arrivata. E’ estate e possiamo finalmente guardarci negli occhi, con la pelle nuda e un velo di vergogna sulle guance, colore di questo tramonto.

La mattina mi alzo e mi vedo riflessa nel mare, che sbatte lento sulla sabbia gelata. Addormentarsi sulla spiaggia vuol dire alzarsi presto, appena il sole comincia a battere sul rosso che copre le nostre teste.
Te lo ricordi quel giorno?

In lontananza il suono assurdo delle ruspe che arrivano a rivoltare i falò e noi stretti tra i vestiti, un braccio dentro, uno fuori. Hai aperto gli occhi e mi hai detto che era tardi. Ti ho chiesto: -tardi per cosa?-. Mi hai risposto: -tardi per salvarci-. E allora siamo rimasti lì, stesi, senza dire una parola.

E ti porto il caffè misto all’odore delle alghe portate dalle onde a morire secche sulle colline di sabbia. Disegnano il loro profilo regolare nel cielo terso, interrotte solo da alcuni ciuffi di erba stepposa messi a caso.
Neanche questo ricordi?

E’ ancora estate, ancora per poco, appena dopo pranzo. Dormiamo leggeri volando nelle ore del pomeriggio che ci prendono per mano tra le pagine di un libro. Poi ti alzi e apri il frigo dove c’è il gelato al limone. Mi porti la ciotolina di vetro colma e mi dici di fare presto. -Fai presto, fai presto-.
Lo ripeti sempre, ricordi?

Verso sera giriamo nella penombra del viale ricoperto di grandi mattoni bianchi e rosso tenue, andiamo al negozio per comperare la cena. Abbiamo i piedi pieni di sabbia e mi da fastidio il rumore continuo delle ciabatte strusciate sul pavimento. Tu mi prendi in giro e non ti fermi. Poi mi arrabbio e mi baci leggero sulle labbra e mi dici:-tutto questo finirà-.
Ora ricordi?

Ormai è sera e la luna è dietro al palazzo grigio incorniciato in una finestra. Tu non ci sei ed è inverno. Non c’è più sabbia, mare, sole e il gelato al limone. Una tisana mi fuma tra le mani. Brucia ma non sento niente.
Ricordi che non sento il calore sulla pelle?

Certo, questo lo ricordi.

Quando mi dicevi senti il mio viso che brucia per te ed io non capivo.

venerdì 10 aprile 2015

Senza titolo 17



Che lavoro fai?
Uccido draghi.
Ma dai, non esistono mica, i draghi.
Lo so.
Lo sai?
Lo so.
Bene, e li hai uccisi tutti, dunque?
Esatto. Ti facevo meno sveglio.
Si allontana da me, troppo basso per riuscire a darmi uno sguardo d’insieme. Per fidarsi di me deve vedermi tutto intero, evidentemente. Deve essere quel tipo di persona che per diventare amici deve sapere quanti cucchiaini di zucchero metti nel caffè la mattina. Ha un cappello ridicolo, a punta, di panno verde, come quello di un elfo. Ma è tutta la sua persona ad essere ridicola, quindi il cappello gli sta anche bene.
Mi guardi? Che problema hai?
Cercavo di capire, ma no niente lascia stare.
No dai cercavi di capire? Cosa? Se sono ricco? Perché sono vestito così bene, lo so è una domanda che mi fanno spesso.
Cercavo di capire se potresti lavorare con me. Io sono un po’ basso e cerco qualcuno che voglia stare al mio fianco nella lotta al nemico. Sei alto. In una radura li vedresti meglio di me.
Amico, ancora con questa storia dei draghi? Fai sul serio?
Che lavoro fai tu?
Il venditore di enciclopedie, porta a porta.
E poi sarei io quello che fa un lavoro inutile? Quante ne vendi, che so, al mese?
Di media, mezza. Ho ereditato una grossa somma da un prozio che nessuno ricordava. Per questo sono vestito elegante. Questa giacca costa quanto tutti i tuoi vestiti messi insieme.
Escluso il cappello.
No, con tutto quel ridicolo (mi perdoni) cappello.
Impossibile. E’ un cappello speciale. Ha dei poteri.
Ah sì?
Sì.
Lei è un bel po’ strano amico mio.
Fa di nuovo un passo indietro. Mi sta prendendo di nuovo le misure. Credo che nella sua vita passata fosse un sarto, glielo leggo nell’occhio clinico che analizza la lunghezza delle mie braccia, la proporzione sfalsata tra il busto corto e le gambe lunghe. Si sta annoiando e forse non vorrà essere mio amico. Ha cambiato espressione, muove le mani nell’aria fresca e limpida di questo mattino di fine Settembre.
Un altro passo indietro. Adesso piega la testa di lato, per vedere se sono più simpatico da un’altra prospettiva. Ma si accorge che sono lo stesso, solo che ho un angolo di venti  gradi adesso.
Ancora un passo indietro. Il tallone del piede destro tocca inesorabilmente il cornicione. Faccio per allungare un braccio per avvertirlo ma ci ripenso. Non saremo mai amici, io e quest’uomo. E’ pazzo. Crede di essere un cacciatore di draghi e non apprezza l’importanza della vendita porta a porta di enciclopedie.
Cade giù, non aspetto neanche di sentire il rumore. Faccio un giro su me stesso, di modo che il tiepido sole appena sorto, riflettendosi sulla montatura dei miei occhiali, rimandi uno scintillio sommesso che lui non apprezzerà mai.

venerdì 3 aprile 2015

Senza titolo 16 - Versione 1 di X



In una giornata di metà Maggio ci incontriamo vicino al fiume.
Ci baciamo, i nostri volti si incastrano con gesti precisi di due che si conoscono alla perfezione.
Prendi il tuo libro e ti avvii davanti a me, cercando un posto dove sistemarti.
Tu all’ombra dell’albero, che cerchi l’erba fresca e rifuggi il sole, io qualche centimetro più in là, al confine tra il giorno e la notte. Ci sdraiamo come ogni giorno senza dirci una parola.
Accendo la musica forte nelle orecchie per non sentire il silenzio.
La mia mano, tra l’orecchio e l’erba, ovatta tutto e distinguo solo i battiti del cuore emergere a fatica e rimbombarmi dentro come in una stanza vuota.

Alla mia sinistra una donna anziana porta con orgoglio il suo casco di capelli argentati a passeggio per il lungofiume. Sembra un’atleta alle olimpiadi con la sua medaglia appesa al collo e la bandiera sulle spalle che fa un giro di pista sorridendo alla stampa.
Così, immagino noi tra cinquant’anni e una morsa mi stringe la gola. Forte, preme lì dove colloco automaticamente l’ansia dei nostri giorni lenti. Istintivamente mi giro verso di te, muovendo gli occhi a cercare il tuo sguardo perso nelle pagine del libro. Non riesco a vedere le tue pupille muoversi e scivolare sulle parole, ma so che se anche le scorgessi non potrei capirti.
Per un attimo si fa viva la sensazione che ci muoviamo a due velocità diverse, come se sulle nostre vite agissero le mani di un regista inesperto. Ma è solo una piccola distrazione dall’acqua stagnante del canale e si rintana immediatamente senza lasciare traccia.

Mi alzo e mi avvicino infittendo l’ombra dell’albero sull’inizio di Capitolo 3 e tu mi chiedi, con un’occhiata inesistente, se mi sto annoiando. Ti scuoto la testa tra le mani con rabbia, come se potessi fare in modo che ti escano dal cranio delle piccole idee inconsistenti, nuvole vaporose. Ma non funziona, quindi rinuncio e senza girarmi percorro all’indietro la distanza che ci divide. Torno ad auscultare la terra sotto il sole di primavera.

So che qualcosa si è rotto. Posso sentire il tintinnio dei pezzi rimasti, sbattere uno sull’altro vibrati dal vento. Si è frantumato lo stesso giorno in cui ti sei spento ed hai tuffato i tuoi occhi in milioni di parole. Il giorno in cui ho assunto il mio colore pallido che provo a rianimare con labbra rosse che tu non noti. Quello in cui mi hai cantato la ninna nanna del nostro amore, facendomi addormentare tra le braccia di uno sconosciuto. Dove non arriviamo noi, ci arriva l’aria, che mi porta una ventata di te. Continuo a cambiare posizione per non sentirla, da un fianco all’altro, ma non sto mai comoda, mi succede anche a letto chissà se te ne accorgi.

Ad ora di cena, finalmente, con la noia della nostra recita grottesca di coppia felice, togliamo il disturbo.
Ce ne andiamo sulle orme del sole che ha cominciato a fare lo stesso poco prima di noi.
Camminiamo lenti verso la stazione poggiando bene i piedi a terra, seguendo la traccia delle nostre scarpe impressa dall’incessante percorrere questa strada quasi ogni giorno in cui non piove.
Passiamo oltre le facce immobili di alcuni giovani sul ponte, che riflettono quello che potremmo essere e che non siamo. Un paio di loro si voltano e ci trapassano la testa con lo sguardo, forse vedono il mio panico e la tua apatia rotolare fuori dalle orecchie, confondersi e trasformarsi nella stessa paura che ci ha uniti e ora ci divide.
L’acqua sotto il ponte scorre lenta e ci accompagna fino all’incrocio, dove veniamo sommersi dalle voci del mercato, poi da un pianto disperato e da una macchina sguaiata che riparte al semaforo indicandoci la strada.

Scendiamo le scale verso i binari e ci ritroviamo al tramonto dei nostri giorni insieme.

Osservo la tua bocca, apro la mia, respiro forte e inizio la fine.

Ti chiedo: succhiami l’anima, stringimi le spalle e fammi fuori. Ti guardo e penso solo questo, fammi fuori. Non riesco a formulare un’altra richiesta. Ti sputo addosso il rancore di quello che non ho potuto avere mentre tu mi guardi e i tuoi occhi chiedono solo pace.
Tutto intorno si muove alla velocità della luce mentre noi due, come lacrime ghiacciate su visi increduli, stiamo fermi immobili sulla banchina. Ci cristallizziamo come i ricordi nella mente di un vecchio, che seduto al tavolino di un bar guarda la gente passargli accanto e ripensa a suo figlio lontano, lo immagina sorridente e bambino come se il tempo non fosse mai passato.
Un folle urla contro gli uomini della sicurezza e trascina con se un cane sofferente che non lo abbandona, non come me.
Abbiamo fame, io ne ho, fame di vivere il presente. Ti chiedo indietro tutte le ore perse a farti del male, le rivoglio ora perché non ho altro tempo.
Ti faccio un’offerta che accetterai. Ti lascio in pace, urlo sul tuo viso inamidato per l’ultima volta e poi me ne vado. Tu, restituiscimi il tempo, la fiducia, gli occhi e la pelle, che me l’hai tolta e dove ci sono le mancanze fa dolore. Rimetti a posto le mie ossa e releghiamoci ai due capi del mondo.
Ora lasciami andare e non mi vedrai più, ti dico, mentre mi riempio il bicchiere fino all’orlo, con del vino scadente come la nostra storia fallita.
Prendendo il mio imbarazzo sotto braccio, ti saluto sorridendo mentre mi avvio in silenzio verso i miei segreti. Con un rumore sordo ti mando indietro, verso il mondo che meriti.

Chiederò i danni perché mi hanno dato un te difettato.

Intanto il folle ha smesso di urlare e io ti vedo rimanere fermo alla velocità del treno.

lunedì 9 marzo 2015

senza titolo 15

"Andate fuori, fate quello che volete, restateci una quindicina di minuti, ma anche un po' meno. Cercate qualcosa che vi dia ispirazione. Poi tornate dentro e scrivete qualcosa. Deve avere un incipit, uno o più personaggi, una descrizione e tu, Daria, scrivilo in seconda persona."

Questo è quello che è uscito da una passeggiata di 15 minuti in una via, aimè, deserta.





Sono le tre del mattino. La giornata è stata più lunga del previsto, sei uscito con il sole e adesso fa freddo.
La strada che ti riporta a casa è completamente vuota, quasi non la riconosci, eppure l’hai percorsa tutti i giorni in cui hai trovato il coraggio di affrontare il mondo. Ma nei tuoi ricordi è popolata da decine di persone che intorno a te tornano alle loro case, dove forse li aspetta qualcuno; la cena pronta ed il sorriso stampato in faccia. Adesso invece non c’è nessuno e solo l’eco dei tuoi piedi nelle scarpe troppo grandi ti risuona nelle orecchie. Proprio questo è il momento in cui pregheresti di incontrare qualcuno, se la paura che sia uno sconosciuto non ti bloccasse il respiro rivestendo i tuoi polmoni di uno strato di ansia rarefatta.
Una serie infinita di piccoli negozi in cui si rivendono oggetti provenienti da cantine svuotate segna il profilo dei palazzi che si stagliano bui alla tua sinistra. Sono oggetti che provengono da decenni e stili di vita che non ti appartengono. Lanci una rapida occhiata dentro le vetrine di alcuni di questi e vedi nell’ordine: un divano anni 70 con la stoffa delle sedute rovinata con una lampada che gli pende sopra, una palla di vetro precaria, un comodino di legno con due cassetti, una serie di animali orribili, argentati, tra cui un grosso felino che ti guarda brillando di una luce che non ha origine, la ricostruzione in cartone di una carrozza rosa. Ti ci immagini per un attimo dentro, vestito da principessa. Pensi ad una ragazzina a carnevale vestita del suo imbarazzo, il rossetto sbavato ai lati della bocca che non apre per paura di arrossire.
Svolti a sinistra e ti rendi conto solo dopo qualche passo che stai andando nella direzione sbagliata e nonostante questo non riesci ad invertire la rotta. Vorresti incontrare lei, che hai visto qualche settimana fa alla cassa del supermercato. In fila, le cuffie nelle orecchie, in mano solo una bottiglia di vino e del formaggio. Lei, con la faccia più semplice che tu abbia mai visto. Nessun segno particolare, la pelle morbida, un naso, una bocca, due occhi. Niente di scomposto, di fuori luogo eppure tutto a disagio con l’ambiente circostante. Potrebbe vivere in quel quartiere ma ti rendi conto che questa non può essere una certezza. Eppure l’idea che in quel momento sia proprio dietro l’angolo, che torna a casa da una giornata durata molto più del previsto e senta lo stesso freddo che senti tu, ti fa sentire meno solo. Ovunque lei sia sai di adorarla, e questo già ti basta.
Osservi la punta dei tuoi piedi entrare ed uscire dal tuo campo visivo. Cammini spostando il peso da una gamba all’altra con movimenti cadenzati, a dare ritmo ai tuoi pensieri che hanno sbagliato strada come te.
Ti ritrovi in una strada che non hai mai visto e ti accorgi di aver raggiunto il fiume. L’acqua scorre lenta anche di notte e questo ti stupisce. Scegli il punto dove senti più freddo, dove l’umidità spinge sulla tua giacca leggera con forza per entrare. Bussa sulla tua pelle per farsi spazio tra le tue ossa e tu le apri senza paura. Ti fermi per un tempo indefinito, sempre in equilibrio tra il troppo lungo e il troppo breve. Tiri fuori una mano dalla tasca e ti cadono le chiavi, che sferragliano sulla strada ricoperta di foglie.
Poi ti giri e te ne vai, stringendo il mazzo saldamente nel pugno chiuso, è ora di tornare a casa dove il solito vuoto ti aspetta. Stringi anche la consapevolezza della catastrofe, la fai passare tra le dita, dal mignolo al pollice con una sequenza ordinata. Questo la fa sembrare già finita, ordinata mentre si scioglie nelle parole che non avresti mai il coraggio di dire alla ragazza del supermercato.
Domani è domenica e non uscirai, probabilmente sarà il giorno più bello della tua vita. 

giovedì 5 marzo 2015

senza titolo 14



Guardò, per l’ultima volta, l’edificio in fondo alla lunghissima discesa di strada sterrata e avvertì la sensazione di essersi decisa troppo tardi. Spinse sull’acceleratore, girò delicatamente il volante e svoltò a sinistra. Al primo parcheggio disponibile, in mezzo alle macchine degli altri invitati, si fermò e si guardò nello specchietto retrovisore per mettere a posto il trucco. Non aveva voglia di entrare in quella sala piena di persone che la aspettavano già da un po’ o che, forse, non la aspettavano più. Prese coraggio e borsa e si trascinò fuori, chiudendo la portiera dietro di se. Il terreno tra gli olivi del parcheggio era sconnesso.
Pensò alle difficoltà che dovevano aver avuto, qualche ora prima, le altre invitate con i loro tacchi vertiginosi e sorrise.
Il chiasso della sala da pranzo la investì riportando subito la sua immaginazione alle solite scene deprimenti dei pranzi di compleanno di Mara. Si erano fatti ogni anno più noiosi, e la sensazione che non ci fosse nulla a legare insieme tutte quelle persone, se non Mara stessa, era netta nell’aria.
Teresa stette un po’ fuori dalla porta d’ingresso ad immaginare l’interno chiedendosi, ancora una volta, cosa ci facesse lì. In fondo, dopo la festeggiata, era la persona più importante della festa e sapeva che la sua presenza, così come la sua assenza, sarebbero state notate. Prese il suo disagio sotto braccio, chiuse la borsetta, spinse la porta di ingresso della veranda e mise il primo piede oltre la soglia.
“Eccoti finalmente, si può sapere dove eri finita?”, la accolse gelida Mara che si stava rollando una sigaretta seduta al centro della tavolata più lunga.
Teresa la guardò con l’aria rassegnata di chi sapeva che avrebbe dovuto dare mille spiegazioni e non ne aveva alcuna voglia. “Scusami ho fatto tardi”.
“Sì questo lo vedo. Non ti chiedo neanche perché, lo so che non ne avevi voglia. Quindi non ti costringerò ad inventare scuse.“
“Ferma, ferma, ferma. Non ho nessuna intenzione di inventare scuse. So che lo sai che non vorrei essere qui. Così come so che neanche tu vorresti.”
“A questo punto, potevi anche non venire più.”
“Ciao, Teresa!”, una tipa alta con capelli perfetti, chiusa in un vestito finto casual ma curata nei minimi dettagli e con il trucco di quattro ore prima senza sbavature, la salvò da quella conversazione. Non riusciva nemmeno a ricordarne il nome in quel momento, ma doveva essere qualcosa come Paola, Catia, Anna, un nome corto per risparmiare tempo che lei non sembrava averne molto a disposizione, mai.
Teresa e Mara alzarono lo sguardo verso la donna contemporaneamente; la prima con lo sguardo brillante di chi sta per essere salvato da una situazione ingombrante, la seconda fulminea e scocciata.
Poi, Mara si alzò di scatto con la sua sigaretta pronta tra le mani e senza dire una parola si avviò verso la porta di ingresso per andare a fumare sulla veranda. Teresa si congedò rapidamente dalla donna perfetta con il nome breve mentre seguiva Mara con lo sguardo. Si incamminò dietro di lei, nonostante non avesse nessuna voglia di mettersi a discutere. Ma eseguì i gesti di chi fa esattamente, sempre, quello che deve essere fatto e non sfugge mai alle proprie responsabilità.
Mara fumava con la schiena poggiata alla parete esterna della sala da pranzo, con fare nervoso, dando ad ogni tiro dei colpetti alla sigaretta per far scendere la cenere. Teresa uscì nella veranda e le si mise accanto.
“Mi dispiace, lo sai che non le sopporto queste persone. Sono rimasta più di un’ora in cima alla salita, al lato della strada, seduta in macchina, valutando se scendere. Sapevo che era questa la cosa che ti aspettavi da me e alla fine sono venuta.”
“A questo punto, potevi anche non venire più”, ripeté per la seconda volta, come un mantra. Mara non sembrava voler aggiungere altro.
Teresa insistette. “Mi dispiace, davvero, ma vedi alla fine sono arrivata e sono convinta che nessuno si sia accorto della mia assenza, sono tutti troppo impegnati con il cibo e i loro discorsi deprimenti e molti sono già oltre con il tasso alcolico”, fece Teresa per sdrammatizzare ”dai hai visto il marito depresso di Paola, che è seduto giù all’angolo in fondo, è già andato, sembra che stia per scoppiare.”
“Non ho voglia di ridere, mi chiedo perché tu sia ancora qui. Potevi non venire.”
Alla terza ripetizione e di fronte all’evidenza che i suoi sforzi non sarebbero stati apprezzati, Teresa girò su se stessa e disse: “Bene.”
Tornò dentro e si buttò sulla sinistra seguendo la freccia della scritta WC, che indicava le scale. Mentre le percorreva lentamente  per darsi il tempo di pensare, sentì la rabbia salirle dentro, e la sentì trasformarsi lentamente in lacrime. La sua tipica reazione che tornava di nuovo, nonostante i suoi ripetuti tentativi di cacciarla indietro nella gola. Odiò se stessa e Mara e quella con il nome corto, e quel posto, sempre lo stesso, da anni. E poi ancora lei e quella sua fissazione di organizzare ogni anno la festa, la odiava per aver continuato, imperterrita, anche dopo che le vite di tutti avevano cominciato a fare contrasto con la loro. Anche quando era diventato palese che i suoi vestiti da ventenne non sarebbero cambiati, nonostante di anni ne avesse quasi il doppio, e le sue scarpe non sarebbero diventate come quelle delle altre che arrancavano dalla macchina alla veranda trascinando i mariti, ombre di donne in carriera.
In realtà non doveva andare in bagno. Era alla disperata ricerca di un posto vuoto dove fermarsi a far passare i minuti che la separavano dal momento in cui avrebbe potuto tornare alla macchina. Il momento in cui la sua assenza non sarebbe stata più notata e in cui avrebbe potuto dileguarsi veloce così come era apparsa pochi minuti prima. Superò il bagno e proseguì per il corridoio lunghissimo che sembrava portare ad altre scale e poi al terzo piano.
Dalla strada si vedevano distintamente i due piani superiori dell’edificio. Era stata a guardarli per un po’ immaginando i proprietari che la sera si ritiravano nelle loro stanze. Doveva essere una vita abbastanza noiosa, vivere e lavorare nello stesso posto, a circa cinquanta chilometri di strada di montagna malmessa dal primo centro abitato. Si era anche immaginata per un momento al loro posto, ed era uno sforzo bello grande pensarsi con una famiglia da mantenere, con i sacrifici da fare per garantire un’educazione ai figli. Era tutto così lontano dal suo stile di vita da rendere il salto quasi doloroso. Aveva confrontato quella vita con la sua così banale, e solitaria, una non-vita e le aveva poste agli estremi. Si era detta che in fondo le andava benissimo così, raccontandosi la bugia che fosse una sua scelta. Alla fine di quel pensiero ne era giunto come sempre un altro che lei spegneva puntualmente sul nascere ma che era sempre presente come una cicatrice sulla spalla che non la vedi, ma sai che c’è. L’idea che la sua fosse a tutti gli effetti una vita triste e che avesse perso. Ecco, lei nella vita aveva perso nonostante fingesse una grande vittoria, la sua libertà di donna che ce la fa da sola e che non entra nei suoi vestiti con disgusto, che si guarda allo specchio e si sente sicura di se. Era realtà o fantasia, era autoconvincimento; cercava di pensarci meno possibile durante le sue giornate migliori. Il compleanno di Mara non era una di queste.
Alla fine del corridoio trovò finalmente il suo piccolo angolo di pace e silenzio. Si sedette e poggiò la schiena sul muro, in una posa scomposta, per niente femminile, che era sua da sempre e non era mai riuscita a migliorare. Seduta così, stette in silenzio per qualche minuto, finché non sentì dei passi. Qualcuno si stava avvicinando portando con se una specie di aurea e calore e luce che si sparsero sulle pareti rimbalzando fino alla fine del corridoio. Cominciò a sentire qualcuno fischiettare. Un motivetto sconosciuto, allegro che accompagnava fuori tempo passi lentissimi e cadenzati.
Era un uomo altissimo, con i capelli lunghi e biondi, raccolti in una coda e accenni di capigliatura rasta nascosta qua e là sulla testa. Gli occhi verdi di lui guizzarono sui suoi seni, palesemente e senza vergogna, velocemente, poi si distolsero e ritornarono lì. Un attimo che Teresa sentì distintamente come calore sulla pelle. E poi il silenzio. L’uomo smise di fischiettare e si bloccò di fronte a lei. Automaticamente lei mise su uno sguardo infastidito, come chi non ha la minima intenzione di essere disturbato e sperò per un secondo che lui si spostasse e la lasciasse in pace. Ma si era bloccato, pietrificato. Mise su un sorriso storto, guardandola fissa con la testa piegata di lato. Non disse niente e cominciò a ballare. Di fronte a lei un uomo mai visto stava ballando una musica che era tutta nella sua testa, mentre lei seduta su quelle scale sentì tutte le sensazioni del mondo in un momento, tutte insieme e poi una alla volta. Dalla paura, alla curiosità, l’eccitazione e la stanchezza. Tutto nello stesso momento. Non sapeva se parlare ma avrebbe rischiato di rovinare la scena.
Poi lo vide avvicinarsi e allungare una mano verso di lei, come per invitarla a ballare.
Si vide alzarsi, muovere le gambe verso quello sconosciuto che la tirava per il braccio.
Fu mano nella mano con una persona mai vista che ballava di fronte a lei, senza dire una parola, i capelli lunghi che si muovevano al tempo di un motivo inesistente. E si vide cominciare a muoversi e abbracciare quell’uomo che in quel momento rappresentava, irrazionalmente, tutto ciò di cui aveva bisogno. Si guardò mentre ondeggiava allo stesso ritmo dei capelli e dei suoi piedi e si vide non chiedersi perché.
Lui la guardò di nuovo, dritta negli occhi, le prese una mano e se la poggiò sul viso. Sentì la barba incolta entrare nelle pieghe della sua mano e si stupì a non chiedersi perché lo stesse facendo, perché stesse seguendo quei movimenti, automaticamente, come vittima di un incantesimo.
In un attimo lui le fu vicino, poteva sentire il suo respiro sulle palpebre, poi le sue labbra che si poggiavano tra la piega della palpebra del suo occhio destro socchiuso e il sopracciglio. Poi così anche a sinistra e poi sulla punta del naso e poi sulla piega corrugata al lato della sua bocca che rideva sempre meno con il passare degli anni e lei se ne accorgeva, ogni mattina. Non disse nulla, non ne fu capace. Si lasciò baciare così senza pensare, senza parole, senza sogni, senza perché, senza risposte a domande che non si pose. Quei minuti sembrarono ore, in quel ballo insensato pieno di rabbia e pentimento e così lontano dal suo essere che le lasciò l’impronta delle cose importanti sulla pelle, sul petto, sulle braccia. Ogni punto in cui si toccavano bruciava, faceva male e dava potenza ed eccitazione allo stesso tempo. Non riuscì a sentire il momento in cui lui si staccò e così come era arrivato, volteggiando su quelle scarpe consumate se ne andò, lasciandola ferma immobile. Poi, sentì sciogliersi piano piano, come un castello di sabbia colpito dalle onde insistenti sul bagnasciuga. Si vide con gli occhi del bambino che l’aveva costruita e quando le sue braccia caddero lungo i suoi fianchi realizzò che avrebbe dovuto corrergli dietro e cercare di sapere almeno il suo nome. O chi fosse. Ma sentì di sapere di lui già molto di più di quanto non sapesse di tutti gli uomini della sua vita, solo con quel ballo tragico e dolcissimo, completamente privo di senso.
Senza fretta riprese la borsa che aveva lasciato sulle scale e tornò indietro.
Rientrò in sala e si sedette alla destra di Mara che parlava con il suo vicino di tavolo. Mara la sentì adagiarsi stancamente sulla sedia e per un attimo la guardò, con un guizzo furtivo ma occhi calmissimi.
Teresa prese il bicchiere tra le mani, si versò il vino fino all’orlo e stette ad ascoltare la voce della sua amica che si faceva sempre più lontana, come l’eco di una sirena che si allontana lunga una strada che non porta a nulla.